Tra duelli, guardie, soldati e scene d’onore, il maestro scozzese che trasformò il passato in racconto teatrale
John Pettie appartiene a quella generazione di pittori che comprese una cosa fondamentale: la storia, per diventare pittura, deve prima diventare presenza.
Non basta conoscere un costume.
Non basta ricostruire un ambiente.
Non basta collocare un personaggio in un secolo lontano.
Serve tensione.
Serve carattere.
Serve un gesto capace di raccontare ciò che è accaduto prima e ciò che potrebbe accadere dopo.
Ed è proprio questo che Pettie seppe fare con straordinaria efficacia.
Nato a Edimburgo nel 1839 e morto nel 1893, studiò dal 1855 alla Trustees’ Academy sotto la guida di Robert Scott Lauder. Espose per la prima volta alla Royal Scottish Academy nel 1858 e, dopo essersi trasferito a Londra nel 1862, divenne una delle figure di riferimento di un gruppo di pittori scozzesi emigrati nella capitale britannica. Le National Galleries of Scotland sottolineano proprio la chiarezza narrativa e la forza visiva che accomunavano quella cerchia.
Pettie non cerca il Medioevo fiabesco di Edmund Blair Leighton.
Non cerca neppure la sensualità romantica di Frank Dicksee.
Il suo mondo è spesso più duro.
Più maschile.
Più teatrale.
Più vicino alla tensione di un dramma storico.
La storia come teatro
Guardando Pettie si ha spesso la sensazione di assistere a una scena appena iniziata.
Una porta si apre.
Qualcuno entra.
Una guardia si volta.
Un soldato sospetta.
Una figura viene interrogata.
Un uomo attende.
Qualcosa potrebbe accadere da un momento all’altro.
È questa qualità a rendere la sua pittura profondamente narrativa.
Pettie non dipinge semplicemente personaggi storici.
Costruisce situazioni.
E una situazione è sempre più potente di una semplice posa.

Il gesto che racconta
Le National Galleries of Scotland ricordano che Pettie possedeva quasi una capacità da caricaturista nel selezionare un gesto o una silhouette capace di raccontare immediatamente un carattere. È particolarmente evidente in Cromwell’s Saints, dipinto nel 1862, una delle sue opere giovanili più interessanti.
Il gesto, in Pettie, non è decorazione.
È linguaggio.
Un uomo non deve necessariamente parlare.
La postura dice già chi è.
La mano.
Il busto.
La posizione della testa.
La distanza tra due figure.
Tutto contribuisce alla narrazione.
Cromwell’s Saints: il Seicento come dramma
In Cromwell’s Saints Pettie affronta un soggetto legato all’Inghilterra della guerra civile.
L’opera non deriva da un testo preciso, anche se potrebbe essere stata suggestionata dalla descrizione dei Roundheads nel romanzo Woodstock di Sir Walter Scott.
È un dettaglio importante.
Perché mostra quanto letteratura e storia potessero fondersi nell’immaginazione vittoriana.
Sir Walter Scott aveva già trasformato il passato britannico in grande narrazione romantica.
Pettie traduce quella sensibilità in pittura.
Walter Scott e il passato reinventato
Il rapporto tra pittura storica e letteratura ottocentesca è essenziale.
Il passato non viene più percepito soltanto attraverso documenti.
Viene letto.
Immaginato.
Romanzato.
Il Medioevo, il Seicento, le guerre civili, i cavalieri, i giacobiti: tutto può diventare materiale poetico.
Pettie appartiene pienamente a questa cultura.
Il pittore non è archeologo.
È narratore.
Who Goes?: la tensione prima dell’azione
Un’opera come Who Goes?, datata intorno al 1881 e oggi nelle collezioni delle National Galleries of Scotland, mostra perfettamente questa capacità.
Il titolo stesso è già dialogo.
“Chi va là?”
Non serve altro.
Immediatamente immaginiamo una notte.
Una guardia.
Un sospetto.
Un rumore.
Una figura che si avvicina.
Pettie riesce a trasformare una domanda in immagine.
Il cavaliere non come sogno, ma come presenza
Rispetto a Edmund Blair Leighton, Pettie è meno interessato alla cavalleria come ideale amoroso.
Il cavaliere, il soldato o l’uomo d’arme appartengono spesso a un mondo concreto.
Devono sorvegliare.
Decidere.
Combattere.
Affrontare una conseguenza.
La pittura diventa quindi meno lirica e più drammatica.
Ma proprio per questo è perfetta per ampliare il filone di Ars Magistris.
Dopo la dama e il cavaliere dell’amor cortese, Pettie introduce il cavaliere dell’azione.
Il costume come carattere
Gli abiti nelle sue opere sono estremamente importanti.
Mantelli.
Stivali.
Corpetti.
Cappelli.
Armi.
Ma Pettie non li usa soltanto per mostrare abilità.
Il costume identifica il personaggio.
Un ufficiale deve apparire diverso da un soldato.
Un gentiluomo diverso da un ribelle.
Un uomo di corte diverso da un guardiano.
Il vestito diventa psicologia.
Il colore
Pettie amava colori forti.
Rossi.
Neri.
Marroni.
Bianchi.
Tonalità dense.
Il colore non è mai soltanto naturalistico.
Serve a stabilire gerarchie.
Una macchia rossa può condurre lo sguardo.
Una figura chiara può emergere dall’ombra.
Un mantello scuro può trasformare un personaggio in minaccia.
La pittura storica diventa così quasi scenografia.
La luce come tensione
La luce di Pettie non possiede necessariamente la morbidezza di Leighton o la sensualità di Dicksee.
Può essere più netta.
Più teatrale.
Come se un riflettore invisibile entrasse nella scena.
Il volto emerge.
Una mano appare.
Un’arma riflette.
L’oscurità nasconde ciò che ancora non deve essere visto.

Un pittore profondamente cinematografico
Anche per Pettie è inevitabile pensare al cinema.
Non perché imitasse qualcosa che ancora non esisteva.
Ma perché conosceva perfettamente la logica della narrazione visiva.
Il cinema storico funziona nello stesso modo:
un ambiente,
un costume,
una luce,
una situazione,
un gesto.
Poi lo spettatore completa mentalmente la storia.
Il personaggio prima dell’eroe
Pettie non ha bisogno di dipingere sempre grandi eroi.
È interessato ai personaggi.
Questa distinzione è importante.
Un eroe è spesso già definito dalla fama.
Un personaggio deve invece essere costruito.
Pettie ama volti che sembrano possedere biografie.
Guardandoli viene spontaneo chiedersi:
chi è?
Da dove viene?
Che cosa ha fatto?
The Gambler’s Victim: quando la storia diventa psicologia
Nel 1869 Pettie dipinse The Gambler’s Victim, oggi nelle collezioni delle National Galleries of Scotland.
Qui il racconto non dipende da un grande episodio storico.
Dipende da un dramma umano.
Il titolo suggerisce perdita.
Conseguenza.
Destino.
Il gioco ha prodotto una vittima.
Ancora una volta Pettie non ha bisogno di mostrarci tutto.
Il quadro è il frammento finale di una storia che lo spettatore deve ricostruire.
Il fascino della conseguenza
Molti pittori scelgono l’azione.
Pettie spesso sceglie la conseguenza.
È una scelta narrativa raffinatissima.
Ciò che è accaduto non viene mostrato direttamente.
Ma ne vediamo gli effetti.
E gli effetti possono essere emotivamente più forti dell’azione stessa.
La pittura storica senza monumentalità
Pettie dimostra che la pittura storica non deve necessariamente essere enorme o celebrativa.
La storia può abitare una stanza.
Un corridoio.
Una porta.
Uno sguardo.
Un incontro tra due persone.
La grandezza del dipinto non dipende dalla quantità di personaggi.
Dipende dalla densità narrativa.
L’uomo d’arme
Nel suo universo ritorna spesso l’uomo armato.
Ma l’arma non significa sempre violenza.
Può significare ruolo.
Responsabilità.
Identità.
Una spada o una pistola collocano immediatamente il personaggio dentro una situazione.
La pittura diventa quasi un romanzo storico condensato.

Il cavaliere del Seicento
Le National Galleries of Scotland conservano anche uno studio di William Black per un’opera nota come A Knight of the Seventeenth Century. Lo studio, databile intorno al 1877, testimonia quanto Pettie fosse interessato alla costruzione del personaggio storico attraverso il volto e il costume.
È un passaggio importante.
Prima della scena viene il personaggio.
Prima del racconto viene il volto.
Volti che sembrano aver vissuto
Le figure di Pettie non hanno quasi mai l’aspetto di manichini in costume.
Possiedono individualità.
Ed è qui che la formazione ritrattistica diventa importante.
L’artista sa che un personaggio storico deve prima sembrare umano.
Solo dopo può diventare simbolo.
Il ritratto
Pettie fu infatti anche un ritrattista capace.
Le National Galleries of Scotland conservano diversi suoi ritratti, tra cui quelli di James Campbell Noble, William Quiller Orchardson e Sir David Murray.
Questa esperienza gli permette di evitare un problema tipico della pittura storica minore:
la figura generica.
I suoi uomini sembrano individui.
Il gruppo degli scozzesi a Londra
Quando Pettie si trasferì a Londra nel 1862, divenne una figura centrale tra diversi pittori scozzesi emigrati nella capitale.
Le National Galleries of Scotland lo descrivono come leader di quel gruppo, accomunato dalla chiarezza narrativa e da uno stile visivo audace.
Questo dato aiuta a comprendere quanto il successo della pittura narrativa britannica non fosse esclusivamente inglese.
La Scozia ebbe un ruolo fondamentale.
La tradizione di David Wilkie
Pettie fu influenzato da David Wilkie, uno dei grandi maestri scozzesi della pittura di genere e narrativa.
Da quella tradizione deriva probabilmente anche la capacità di raccontare attraverso piccoli segnali.
Non servono allegorie complesse.
Basta che le persone sembrino realmente coinvolte in ciò che sta accadendo.
Il passato come vita quotidiana
Questo è forse il contributo più interessante.
Pettie non trasforma sempre il passato in leggenda.
A volte lo rende quotidiano.
Una guardia potrebbe essere stanca.
Un soldato potrebbe essere sospettoso.
Un uomo potrebbe aver perso al gioco.
Un gentiluomo potrebbe nascondere un segreto.
Il passato diventa umano.
La forza dell’ambiguità
Una scena efficace non deve spiegare tutto.
Se comprendiamo immediatamente ogni dettaglio, l’immagine può esaurirsi.
Pettie lascia invece zone aperte.
Il titolo suggerisce.
Il gesto indica.
Ma la storia resta incompleta.
Ed è proprio questo a renderla viva.
La stanza come palcoscenico
Molti dei suoi interni funzionano come palcoscenici.
Una porta sul fondo.
Una figura seduta.
Un uomo che entra.
La luce che delimita lo spazio.
Non è necessario un castello intero.
Una stanza può contenere un regno.

Il dettaglio storico
Naturalmente Pettie studia costumi e ambienti.
Ma la precisione non è il suo unico obiettivo.
Il dettaglio deve servire alla credibilità.
Non deve soffocare il racconto.
È una differenza fondamentale tra pittura narrativa e semplice ricostruzione antiquaria.
Storia e immaginazione
L’arte storica vive sempre in equilibrio tra due estremi.
Da una parte il documento.
Dall’altra l’invenzione.
Pettie sceglie una posizione intelligente.
Utilizza la storia per dare consistenza.
Utilizza l’immaginazione per dare vita.
Il fascino del Seicento
Per Pettie il XVII secolo rappresenta un territorio particolarmente fertile.
Guerre civili.
Cavalieri.
Roundheads.
Gentiluomini.
Conflitti religiosi.
Tensioni politiche.
È un’epoca perfetta per un pittore narrativo.
Ogni abito sembra contenere una storia.
Ogni fazione possiede un’identità visiva.
Il cavaliere e il ribelle
Il Romanticismo britannico aveva già trasformato queste figure in archetipi.
Il cavaliere fedele.
Il ribelle.
Il giacobita.
Il soldato.
Il fuorilegge.
Pettie eredita questa tradizione e la rende pittoricamente concreta.
Non il Medioevo delle fiabe
Ed è proprio qui che il suo articolo completa bene quello su Edmund Blair Leighton.
Leighton mostra il Medioevo sognato.
Pettie mostra il passato drammatico.
Uno parla della promessa.
L’altro del sospetto.
Uno del rito.
L’altro del conflitto.
Sono due modi diversi di amare la storia.
La mascolinità romantica
Le figure maschili di Pettie meritano attenzione.
Non sono soltanto guerrieri.
Possono mostrare dubbio.
Orgoglio.
Tensione.
Paura.
Sconfitta.
Il costume storico permette di parlare anche della vulnerabilità maschile senza rinunciare alla monumentalità.
L’onore
Come nella grande narrativa cavalleresca, l’onore ritorna implicitamente.
Non serve nominarlo.
È contenuto nei gesti.
Nel modo in cui un uomo guarda un altro.
Nel modo in cui una figura tiene una spada.
Nella posizione del corpo.
Il codice morale diventa postura.
Il dramma senza eccesso
Pettie possiede teatralità, ma spesso evita l’eccesso melodrammatico.
La scena può essere tesa senza diventare artificiale.
Questo equilibrio è uno dei motivi per cui molte sue opere mantengono ancora oggi una sorprendente efficacia.
La grande tradizione narrativa britannica
Pettie appartiene a una tradizione vastissima.
Walter Scott nella letteratura.
David Wilkie nella pittura.
La Royal Academy.
Il revival storico.
La cultura vittoriana.
Tutti questi elementi convergono.
La storia diventa spettacolo, ma uno spettacolo fondato sul carattere.
Prima del cinema storico
Quando il cinema inizierà a costruire drammi in costume, erediterà moltissimo da pittori come Pettie.
La luce.
Il costume.
La posa.
Il duello.
La guardia sulla soglia.
Il ribelle interrogato.
Il cavaliere pensieroso.
Queste immagini erano già state codificate dalla pittura.
Perché riscoprirlo oggi
John Pettie non possiede oggi la popolarità di Waterhouse o Rossetti.
Ed è proprio questo a renderlo interessante per Ars Magistris.
Una rivista culturale non deve soltanto ripetere i nomi più famosi.
Deve anche riportare alla luce maestri che meritano uno sguardo nuovo.
Pettie offre immagini tecnicamente solide, narrative e straordinariamente compatibili con il gusto contemporaneo per il cinema storico e il fantasy.
Un artista perfetto per il racconto
La sua pittura possiede una qualità fondamentale:
fa venire voglia di conoscere la storia.
E quando un quadro produce questa domanda, ha già raggiunto uno dei grandi obiettivi della pittura narrativa.
Il passato non come museo
Pettie non chiude il passato in una teca.
Lo rimette in movimento.
Gli uomini discutono.
Entrano.
Aspettano.
Sfidano.
Perdono.
Sorvegliano.
Il tempo storico ritorna vita.
La pittura come romanzo
In definitiva, ogni grande tela narrativa contiene qualcosa del romanzo.
Personaggi.
Ambiente.
Conflitto.
Tempo.
Suspense.
John Pettie comprese perfettamente questa struttura.
Non scriveva con le parole.
Scriveva con corpi, stoffe, armi, luci e silenzi.
Il pittore della tensione storica
Se dovessimo sintetizzare la sua arte in una sola immagine, forse sarebbe proprio quella di una porta appena aperta.
Non sappiamo ancora chi entrerà.
Non sappiamo cosa accadrà.
Ma sappiamo che qualcosa sta per cambiare.
Ed è lì che Pettie è più forte.
Nel momento prima della risposta.
John Pettie trasformò il passato in teatro umano: cavalieri, soldati e gentiluomini non diventano figure lontane, ma personaggi sospesi nell’istante in cui una scelta, uno sguardo o un gesto può cambiare l’intera storia.


