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John William Waterhouse: il mistero del femminile tra mito, sacro e destino

ARS MAGISTRIS ArteNarratore d'arte - Rubrica - Ritratti di LuceJohn William Waterhouse: il mistero del femminile tra mito, sacro e destino

John William Waterhouse: il mistero del femminile tra mito, sacro e destino

Cleopatra, Santa Cecilia, oracoli e visioni: il maestro britannico che trasformò la figura femminile in una soglia tra bellezza, conoscenza e mistero

Ci sono pittori che rappresentano la donna.

John William Waterhouse sembra invece cercare qualcosa che si trova dietro la figura femminile.

Un segreto.

Una profezia.

Un desiderio.

Una condanna.

Una forza capace di attrarre e, nello stesso momento, di mettere in pericolo chi la osserva.

Le donne di Waterhouse non sono semplicemente modelle collocate dentro scenari antichi. Sono sacerdotesse, regine, musiciste, maghe, eroine letterarie, figure condannate e custodi di mondi invisibili.

Quasi sempre sembrano trovarsi sul confine.

Tra realtà e mito.

Tra desiderio e morte.

Tra innocenza e consapevolezza.

Tra mondo umano e dimensione magica.

Ed è proprio questa condizione di sospensione a rendere John William Waterhouse uno degli artisti più riconoscibili e affascinanti della pittura britannica tra XIX e XX secolo.

Waterhouse, John William; Dolce far niente; Fife Council; http://www.artuk.org/artworks/dolce-far-niente-125053

Un inglese nato a Roma

John William Waterhouse nacque a Roma nel 1849, da genitori inglesi entrambi legati alla pittura. La famiglia rientrò successivamente in Inghilterra e il giovane artista si formò a Londra, entrando nelle Royal Academy Schools all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento. Iniziňò la propria attività muovendosi inizialmente nell’ambito della tradizione accademica e dei soggetti classici.

Questa origine è importante.

Waterhouse non appartenne alla prima generazione della Pre-Raphaelite Brotherhood, fondata nel 1848 da artisti come Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e William Holman Hunt.

Arrivò dopo.

E proprio per questo la sua pittura è particolarmente interessante.

Waterhouse eredita molte caratteristiche del mondo preraffaellita — il colore intenso, la letteratura, il Medioevo immaginato, il mito, la figura femminile, la natura simbolica — ma le combina con una formazione accademica più tradizionale.

Il risultato è un linguaggio personale.

Più morbido.

Più atmosferico.

Più sensuale.

E spesso più oscuro.

Un preraffaellita fuori tempo

Chiamare Waterhouse semplicemente “preraffaellita” è utile ma non sufficiente.

Quando iniziò a sviluppare le opere per cui oggi è maggiormente conosciuto, la Confraternita originaria apparteneva ormai alla storia.

Waterhouse raccoglie quell’eredità e la trasforma.

Non cerca di replicare Rossetti.

Non imita Millais.

Assorbe un immaginario e lo conduce verso una sensibilità diversa.

Alla severità iniziale del Preraffaellismo sostituisce spesso una pittura più fluida.

Alla minuzia quasi cristallina di alcune opere della prima generazione contrappone superfici più atmosferiche.

Alla donna angelicata affianca la donna pericolosa.

E soprattutto rende il mito profondamente psicologico.

La donna come centro dell’universo

Gran parte dell’immaginario di Waterhouse ruota attorno alla figura femminile.

Non è un dettaglio marginale.

È il cuore della sua ricerca.

Le sue protagoniste appartengono alla mitologia greca, alla letteratura inglese, alla leggenda arturiana, alla poesia e al teatro.

Ofelia.

Circe.

Lamia.

La Signora di Shalott.

Le ninfe.

Le sirene.

Cleopatra.

Psiche.

Eco.

Donne che spesso possiedono conoscenza.

O che stanno per acquisirla.

E la conoscenza, in Waterhouse, ha quasi sempre un prezzo.

Vedere può significare perdere.

Amare può significare morire.

Desiderare può significare essere trascinati oltre una soglia dalla quale non si torna indietro.

Saint Cecilia: musica, visione e sospensione

Tra le immagini più raffinate di Waterhouse vi è Saint Cecilia, del 1895.

La santa è abbandonata al sonno in un giardino aperto verso il mare, mentre due figure femminili suonano accanto a lei.

La scena è quieta, ma non immobile.

La musica suggerita dagli strumenti, la luce, le rose e il paesaggio marino costruiscono un’atmosfera sospesa, quasi contemplativa.

Santa Cecilia non appare come una figura distante o ieratica.

È umana.

Fragile.

Assorta.

Ed è proprio questa umanità a rendere l’opera intensa.

Waterhouse trasforma il sacro in esperienza interiore.

La spiritualità non viene rappresentata attraverso il miracolo, ma attraverso il silenzio.

Cleopatra: la donna sovrana

In Cleopatra, Waterhouse mostra un volto differente del femminile.

Qui non c’è abbandono.

Non c’è attesa.

C’è dominio.

La regina siede frontalmente, con lo sguardo intenso e la postura salda.

La monumentalità della posa, l’oro, il bianco dell’abito e l’ambiente costruiscono una figura consapevole della propria presenza.

Cleopatra non viene dipinta come semplice seduttrice.

È potere incarnato.

La sua femminilità non dipende dalla vulnerabilità, ma dalla capacità di occupare lo spazio e governare lo sguardo dello spettatore.

In questa immagine Waterhouse dimostra di saper costruire una donna che non subisce il destino: lo affronta.

Il femminile e l’acqua

L’acqua ritorna continuamente nell’universo di Waterhouse.

Fiumi.

Laghi.

Fontane.

Paludi.

Specchi d’acqua.

Non è soltanto un elemento paesaggistico.

L’acqua è una soglia.

Riflette.

Nasconde.

Attrae.

Inghiotte.

Se lo specchio rimanda un’immagine indiretta, l’acqua rappresenta una profondità che non può essere completamente conosciuta.

Molte figure di Waterhouse vivono proprio vicino all’acqua.

Come se il confine tra il mondo visibile e l’ignoto passasse attraverso quella superficie.

Dolce Far Niente: l’antico come spazio mentale

In Dolce Far Niente, del 1880, Waterhouse mostra invece la propria fase più apertamente classicheggiante.

Una giovane donna riposa distesa in un interno antico, circondata da tessuti, oggetti e una luce quieta.

L’opera non racconta un evento drammatico.

Rappresenta uno stato.

Il riposo.

La sospensione.

La sensualità senza azione.

Il mondo antico diventa uno spazio mentale nel quale il tempo rallenta.

È già presente una delle caratteristiche fondamentali di Waterhouse: la capacità di trasformare una scena apparentemente semplice in un’immagine carica di atmosfera.

Circe: la donna che possiede il potere

Se le ninfe incarnano una seduzione collettiva, Circe rappresenta qualcosa di ancora più radicale.

Circe sa.

Circe governa.

Circe trasforma.

È una maga.

Nell’immaginario occidentale è una delle figure più potenti del rapporto tra femminile, conoscenza e metamorfosi.

Waterhouse la rappresenta più volte.

E ciò che emerge è profondamente diverso dalla vulnerabilità della Lady of Shalott.

Qui la donna non subisce la magia.

La esercita.

Non è vittima del destino.

È colei che modifica il destino degli altri.

Consulting the Oracle: il femminile come conoscenza

In Consulting the Oracle, del 1884, il tema della conoscenza assume una forma rituale.

Un gruppo di donne è raccolto attorno a una sacerdotessa.

La scena è chiusa, intensa, concentrata.

Non c’è spettacolo.

C’è ascolto.

C’è attesa.

C’è il desiderio di accedere a una verità che non appartiene al mondo ordinario.

Waterhouse costruisce qui un’immagine profondamente moderna del femminile come custode di sapere.

La donna non è soltanto oggetto dello sguardo.

È mediatrice.

Interprete.

Sacerdotessa.

La conoscenza diventa così una forma di potere.

La magia come conoscenza

Nella pittura di Waterhouse la magia raramente appare come spettacolo.

Non vediamo esplosioni fantastiche.

Non vediamo mondi irreali costruiti per stupire.

La magia è più sottile.

È gesto.

Oggetto.

Rito.

Erba.

Fuoco.

Acqua.

Specchio.

Coppa.

Cerchio.

La dimensione soprannaturale rimane credibile perché è inserita dentro una realtà pittorica estremamente concreta.

Il volto è vero.

Il tessuto è vero.

La vegetazione è vera.

E proprio per questo l’incantesimo sembra possibile.

Ofelia e la bellezza prossima alla fine

La figura di Ofelia attraversa profondamente l’immaginario preraffaellita.

Waterhouse ritorna più volte sul personaggio shakespeariano.

Ancora una donna.

Ancora l’acqua.

Ancora un destino tragico.

Ma Waterhouse non ha bisogno di rappresentare sempre la morte.

Gli interessa il momento che la precede.

La mente di Ofelia.

L’attesa.

I fiori.

Il rapporto con la natura.

La figura femminile diventa paesaggio emotivo.

I fiori non sono più decorazione.

Assumono il valore di presagi.

Il giardino non è mai soltanto un giardino

La natura di Waterhouse è bellissima, ma raramente innocente.

Fiori.

Canne.

Foglie.

Boschi.

Acque immobili.

Ogni ambiente sembra capace di nascondere qualcosa.

Questo distingue Waterhouse da una pittura puramente decorativa.

La bellezza naturale contiene ambiguità.

Una ninfea può essere splendida.

Ma sotto l’acqua non vediamo.

Un bosco può essere luminoso.

Ma non sappiamo cosa esista oltre gli alberi.

La natura diventa psicologia.

La letteratura trasformata in immagine

Waterhouse possiede una capacità straordinaria: non illustra semplicemente un testo.

Lo trasforma in una nuova esperienza.

Tennyson.

Shakespeare.

Omero.

Ovidio.

La leggenda arturiana.

Ogni fonte diventa materiale visivo.

Ma il quadro deve vivere autonomamente.

Lo spettatore può non conoscere il poema.

Può ignorare il mito.

Eppure percepisce che qualcosa sta accadendo.

Questa autonomia è fondamentale.

La pittura non dipende completamente dalla letteratura.

La completa.

Il momento sospeso

Waterhouse raramente sceglie l’azione esplosiva.

Preferisce il momento carico di possibilità.

Prima dell’incantesimo.

Prima dell’abbandono.

Prima della morte.

Prima del bacio.

Prima della trasformazione.

Il suo tempo pittorico è un tempo sospeso.

È questo che rende molte sue opere così vicine alla sensibilità cinematografica contemporanea.

Sembrano fotogrammi estratti da una storia più ampia.

Ci chiediamo:

cosa è accaduto prima?

Cosa accadrà dopo?

Il volto come porta

I volti femminili di Waterhouse possiedono una caratteristica particolare.

Spesso non esprimono emozioni in maniera teatrale.

La bocca non urla.

Il volto non viene deformato.

Tutto passa attraverso lo sguardo.

La malinconia.

La concentrazione.

Il desiderio.

L’incertezza.

L’incantesimo.

L’occhio diventa una porta.

E lo spettatore tenta continuamente di capire cosa esista dietro quella porta.

Donna fragile, donna sovrana, donna sapiente

Waterhouse costruisce due grandi polarità del femminile.

Da una parte la donna fragile e contemplativa.

Santa Cecilia.

Ofelia.

Psiche.

Dall’altra la donna che possiede il potere.

Cleopatra.

Circe.

Lamia.

E poi la donna sapiente.

La sacerdotessa.

L’oracolo.

Ma queste categorie non sono mai completamente separate.

La vittima può possedere consapevolezza.

La maga può essere malinconica.

La creatura seduttrice può apparire fragile.

È proprio questa ambiguità a impedire alle figure di diventare semplici stereotipi.

A Mermaid: la creatura tra due mondi

La sirena rappresenta forse uno dei simboli perfetti dell’universo di Waterhouse.

Non appartiene completamente alla terra.

Non appartiene completamente all’acqua.

È una creatura di confine.

Ed è proprio il confine a interessare l’artista.

Umano e animale.

Reale e fantastico.

Amore e morte.

Attrazione e paura.

La sirena non ha bisogno di compiere alcuna azione.

La sua stessa esistenza è ambigua.

Pittura accademica e sensibilità preraffaellita

Waterhouse riesce a tenere insieme due mondi che potrebbero sembrare opposti.

Da una parte:

la formazione accademica,

la costruzione anatomica,

la composizione,

la solidità della figura.

Dall’altra:

il simbolo,

il sogno,

la letteratura,

la spiritualità,

la sensualità preraffaellita.

Non abbandona completamente l’Accademia.

Non diventa neppure una copia tardiva della Confraternita.

Costruisce una terza possibilità.

La materia pittorica

Guardando Waterhouse da vicino si comprende anche quanto la sua pittura sia meno levigata di quella di Bouguereau o Cabanel.

La pennellata può diventare più visibile.

Gli sfondi possono dissolversi.

La vegetazione può essere suggerita.

Il colore acquista autonomia.

Questo rende le figure ancora più potenti.

Il volto viene definito.

L’ambiente respira.

La precisione non è distribuita uniformemente.

L’artista decide dove lo sguardo deve fermarsi.

Il mistero dell’immagine

Perché Waterhouse continua ad affascinare?

Probabilmente perché non spiega tutto.

Le sue opere possiedono un’immensa accessibilità visiva.

Sono belle.

Narrative.

Figurative.

Comprensibili.

Eppure conservano sempre qualcosa di irrisolto.

È questo equilibrio tra chiarezza e mistero a renderle fortissime.

Il pubblico entra facilmente nell’immagine.

Ma non riesce a esaurirla.

Un’arte profondamente contemporanea

In un’epoca ossessionata dalla narrazione visiva, Waterhouse appare sorprendentemente contemporaneo.

Fantasy.

Cinema.

Fotografia editoriale.

Moda.

Videoclip.

Illustrazione.

Tantissima cultura visiva contemporanea continua a utilizzare archetipi simili ai suoi.

La donna immersa nell’acqua.

La sacerdotessa.

La maga.

La regina.

La fanciulla nel bosco.

La figura davanti allo specchio.

L’eroina malinconica.

Waterhouse non ha inventato questi archetipi.

Ma ha contribuito enormemente a definire il modo moderno in cui continuiamo a immaginarli.

La bellezza non è innocente

Forse questa è la chiave più importante della sua pittura.

La bellezza non è mai completamente innocente.

Può salvare.

Può attrarre.

Può ingannare.

Può rivelare.

Può distruggere.

Una donna bellissima può essere una vittima.

Può essere una maga.

Può essere una creatura soprannaturale.

Può essere entrambe le cose.

Waterhouse non elimina l’ambiguità.

La rende visibile.

Il ritorno del mito

La modernità non ha distrutto il mito.

Lo ha trasformato.

Ed è proprio ciò che Waterhouse dimostra.

I miti greci, Shakespeare, Tennyson e la leggenda arturiana continuano a vivere perché parlano attraverso archetipi.

L’amore impossibile.

La conoscenza proibita.

La seduzione.

La perdita.

La metamorfosi.

La morte.

Il desiderio di libertà.

Sono temi che non appartengono a un secolo.

Appartengono all’essere umano.

L’artista che dipinse la soglia

Forse Waterhouse potrebbe essere definito proprio così:

il pittore della soglia.

La sua arte vive tra due mondi.

Tra Accademia e Preraffaellismo.

Tra antico e moderno.

Tra realtà e letteratura.

Tra corpo e spirito.

Tra bellezza e pericolo.

Tra vita e morte.

Le sue donne sono spesso collocate esattamente su quel confine.

E forse è per questo che continuano a guardarci.

Perché anche noi, davanti alle sue tele, rimaniamo per qualche momento sospesi.

Non siamo più completamente nel presente.

Ma non siamo nemmeno entrati interamente nel mito.

Siamo sulla soglia.

Quando la donna diventa archetipo

La grandezza di Waterhouse consiste infine nel non aver dipinto soltanto personaggi.

Ha dipinto archetipi.

La maga.

La fanciulla.

La regina.

La ninfa.

L’amante.

La vittima.

La sacerdotessa.

La creatura proibita.

Ma nessuna di esse viene ridotta completamente al proprio ruolo.

Ogni volto conserva individualità.

Ogni figura sembra possedere una vita precedente e una vita successiva al dipinto.

Lo spettatore incontra un personaggio e contemporaneamente riconosce qualcosa di più antico.

Ed è qui che la pittura diventa mito.

La permanenza di Waterhouse

John William Waterhouse morì nel 1917, dopo una carriera che lo aveva portato fino alla piena appartenenza alla Royal Academy. La sua fortuna, come quella di numerosi artisti figurativi vittoriani, attraversò cambiamenti profondi nel corso del Novecento; oggi opere come The Lady of Shalott, The Magic Circle e Hylas and the Nymphs sono divenute immagini emblematiche della cultura figurativa britannica.

Ma la sua vera eredità non si misura soltanto nella celebrità delle singole tele.

È il mondo che ha costruito a essere sopravvissuto.

Un mondo fatto di acqua e specchi.

Di fiori e presagi.

Di donne che conoscono segreti.

Di uomini attratti verso ciò che non comprendono.

Di bellezza che nasconde sempre una seconda verità.

John William Waterhouse non dipinse semplicemente donne bellissime: dipinse il momento in cui la bellezza diventa destino, il mito diventa presenza e lo sguardo attraversa la soglia dell’invisibile.

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